• Pubblicazione del 15 Ottobre 2014 ore 19.00
  
  

Is: l'impasse di Obama e il doppio gioco della Turchia

U.S. Secretary of State John Kerry, with U.S. Vice President Joseph Biden, right, delivers remarks in honor of Turkish Prime Minister Recep Tayyip Erdogan at the U.S. Department of State in Washington, D.C., on May 16, 2013. [State Department photo/ Public Domain]di Diego Grazioli - 

Incurante delle sollecitazioni della comunità internazionale affinché venga presa una posizione esplicita, la Turchia non ha ancora deciso se e come dare il proprio contributo alla lotta contro il califfato islamico.
Dopo una serie di aperture seguite da repentini dietrofront, il governo di Ankara ha infine negato alle forze della coalizione, l'utilizzo degli aeroporti militari nel sud del paese, come base di partenza dei raid contro le postazioni dei miliziani islamici in Siria e Iraq.

 

Una decisione che fa seguito alle polemiche per l'atteggiamento tenuto dai militari turchi nei confronti della comunità curda impegnata nella difesa di Kobane. Da fine settembre, la strategica città curda in territorio siriano, è al centro di furiosi scontri tra i jihadisti dell'Is e le formazioni dei peshmerga. Una battaglia corpo a corpo che sta assumendo giorno dopo giorno una valenza strategica importantissima, innalzando il popolo curdo a baluardo indispensabile nella lotta contro gli islamisti islamici e obbligando la Turchia ad una scelta di campo tra la comunità internazionale ed i combattenti sunniti. Ma il fronte turco-siriano non è il solo epicentro di questa guerra mediorientale.
Lo scorso fine settimana ha fatto registrare un aumento della tensione nella provincia irachena dell'Anbar, al confine con l'area metropolitana di Baghdad. Diecimila uomini del califfato sono ormai alle porte della città, obbligando i comandi aerei internazionali a concentrare i propri sforzi sulle avanguardie dei miliziani. Se la battaglia dovesse interessare i quartieri residenziali della capitale irachena, si assisterebbe ad un massacro che innescherebbe una guerra civile dalle proporzioni devastanti.
Avvisaglie del potenziale disastro si sono avute nelle ultimissime ore, con l'esplosione di auto cariche di esplosivo che hanno seminato morte e terrore al passaggio di convogli di combattenti lealisti. E mentre la situazione si fa sempre più incandescente, a Washington, il partito dei fautori del ritorno dei militari americani sul terreno, sta guadagnando sempre maggiori consensi. Sembra infatti impossibile vincere la guerra contro gli uomini dell'Is, affidandosi esclusivamente a bombardamenti aerei e alle formazioni combattenti curde.
Uno scenario visto come il supremo tabù dall'amministrazione Obama, che ha fatto del ritiro delle truppe di terra dall'Iraq, la stella polare del proprio mandato presidenziale.
Un atteggiamento messo in discussione da Hillary Clinton, la candidata alla successione con maggiori possibilità di vittoria, ma che dovrà aspettare un paio d'anni per imporre la sua visione strategica alla politica americana. Un periodo di tempo troppo lungo per essere lasciato passare senza intervenire, pena la caduta di Baghdad e la creazione effettiva di uno stato islamico con tutti i suoi corollari di morte.

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