• Pubblicazione del 15 Ottobre 2014 ore 19.00
  
  

Allerta

di Roberto Mostarda - 

Il termine scelto questa settimana purtroppo è legato nuovamente al verificarsi di tragedie e tragici incidenti nel nostro paese. Le vittime dell’ondata di maltempo che ha investito la penisola sono infatti lì davanti a noi a monito di quel che poteva e non è stato fatto o non è mai stato neppure pensato!
Capiamo in primo luogo il significato di all’érta (o allérta).

Esso indica un grido o esortazione di controllo delle sentinelle fra loro; per estensione, nel linguaggio corrente, voce d’incitamento a fare attenzione, a essere vigili, o, meno comune, ad alzarsi, a operare; frequente anche l’uso della locuzione stare all’erta, vigilare, tenersi pronti a prevenire o affrontare un pericolo. Come sostantivo femminile (ma più comune l’impiego di preallarme), sta ad indicare il segnale di pericolo di incursioni aeree, precedente all’allarme; per estensione si dice poi anche essere, mettere in stato di allerta, di allarme.
Quante volte abbiamo sentito in questi ultimi anni la radio, la televisione, i mezzi di informazione in genere avvertire la popolazione del livello di allerta per possibili problemi atmosferici e sui rischi ad essi collegati! La cultura della protezione civile prevede infatti in primis la costituzione di una rete di avvertimento, di allerta appunto, sul territorio nazionale, per poter indicare in tempo le situazioni di forte rischi e poter prevenire o contenere gli effetti nefasti di quanto potrebbe accadere!
Di fronte alle vittime che, puntualmente, la cronaca ci pone davanti la domanda che sale è se tutti questi sistemi ed allerta abbiano una utilità reale o siano soltanto fumo negli occhi per manifestare un’efficienza che poi non esiste! Sarebbe ingeneroso nei confronti di quanti volontari, vigili del fuoco, cittadini comuni, si impegnano ogni volta in operazioni di salvataggio e di recupero dopo i disastri, ritenere tutto una sostanziale fuffa. D’altro canto qualche domanda occorre porla!
Come mai ci troviamo sempre a lamentare il mancato allerta, il suo ritardo sui fenomeni, il non aver saputo prevenire i danni più gravi e mortali per esseri umani e viventi in genere? O il mancato coordinamento tra gli interventi?
Il discorso è certamente complesso e richiederebbe un’analisi approfondita. Qualche punto fermo comunque lo possiamo delineare.
In primo luogo, gli allerta meteo o simili, si basano su un sistema di monitoraggio basato su una rete sensibile che coglie le tendenze e le possibili evoluzioni. Vale a dire che siamo nel campo delle probabilità, non esiste cioè una matematica certezza! Un fenomeno pericoloso in arrivo può modificare la sua rotta in poco tempo! Decidere di mobilitare uomini e mezzi e spostarli sul territorio in base a semplici modelli teorici non è né semplice né opportuno. Un buon coordinamento e una diffusione capillare delle forze possono aiutare a porre in essere interventi mirati e geograficamente coerenti. Di fronte all’alea tuttavia sono sempre possibili situazioni di straordinarietà che richiederanno sempre capacità e coordinamento superiori alla norma.
Secondo punto. Amministratori locali, sindaci, prefetti decidono le misure di emergenza sempre sulla base delle suddette indicazioni e dunque la gradazione di essi potrebbe non essere sempre adeguata. A loro va chiesto però di non essere terminali inerti ma di conoscere il territorio e le sue criticità. E, soprattutto, presidiare le zone a rischio ed emettere segnalazioni costanti e continue, senza lasciare i cittadini a se stessi.
Da quanto sopra si evince che poco è stato fatto in entrambi i casi! Dinanzi all’emergenza infatti si segnalano ritardi, interpretazioni sbagliate e via dicendo.
Di più assistiamo sempre ad uno scaricabarile indecoroso. Non eravamo stati avvertiti in tempo, non potevamo sapere, la colpa è delle previsioni, e via così in un lamentoso e indecente giustificazionismo.
I dati reali sono però che le stesse strutture locali e dello Stato non conoscono bene o conoscono troppo bene le aree a rischio e come dimostrano le vicende di Genova, interventi finanziati e predisposti non sono stati posti in atto per rimpalli e ricorsi ai vari tribunali con inevitabile spreco di tempo!
Piacerebbe sapere quale risposta darebbero i cosiddetti responsabili, alle vittime per giustificare ex post la loro morte! Qualche caso vi è stato ma decenza vuole che non se serbi neppure la lontana eco! Per dignità e decoro!

Italian Media s.r.l. - via del Babuino, 99, Roma, c.a.p. 00187, p.IVA 09099241003, edita il settimanale Italiani con registrazione al Tribunale di Roma n. 158/2013 del 25.06.2013 - email: info@italianmedia.eu